Tre tentazioni nelle quali il manager non deve cadere


Una società in continua trasformazione come quella odierna, dove la flessibilità è la via più diretta verso il successo professionale, il manager deve affrontare numerose sfide al fine di affermare sé stesso nel suo campo.

Queste sfide riguardano il crescente individualismo che caratterizza il mondo lavorativo, l’affermazione della meritocrazia e il continuo aumento delle opzioni tra le quali scegliere per determinare il proprio futuro. Se il mondo propone un mercato del lavoro nel quale sono sempre di più le scelte personali a determinare il successo o l’insuccesso professionale, il compito del manager è di prendere atto di questa realtà e di adattarsi ad essa. Conoscere tutte le scelte per operare decisioni importanti è fondamentale. Più importante ancora, però, è riconoscere che queste scelte sono reversibili: tornare sui propri passi per cambiare il proprio percorso non è visto oggi come un segno di debolezza o come una parentesi negativa nella carriera di un professionista. Chi è in grado di rivoluzionare la propria vita, nel senso più ampio che questa espressione può assumere, può aspirare al successo.

È importante, però, che il manager non rimanga intrappolato in questa vastità di possibili percorsi, ma che domini la molteplicità in trasformazione che il mondo di oggi rappresenta, anziché soccombere di fronte ad essa. Sono tre le principali tentazioni nelle quali il manager può cadere a discapito della sua crescita personale: la legittimazione conseguente al potere, il narcisismo e il “lavoralcolismo”. La prima delle tentazioni si riferisce a una sorta di arroganza che si può manifestare in quei professionisti che si trovano in una situazione di potere all’interno del loro ambiente lavorativo.

C’è il rischio che questo potere sfoci nella prepotenza e renda insopportabile a colleghi, capi e dipendenti la presenza di chi cade in questa tentazione. L’aspetto peggiore di questo pericolo insito nel mondo lavorativo di oggi è che l’arroganza sul piano professionale si riflette in un’arroganza sociale che coinvolge, quindi, ogni aspetto della vita. A risentire di questo problema è quindi il professionista come persona e non solo la sua personalità sul posto di lavoro. Il narcisismo, la seconda delle tre tentazioni, consiste nell’esasperazione dell’orgoglio professionale. La fiducia in sé e nel proprio operato, indispensabile per il manager come per ogni professionista, può crescere a dismisura fino a diventare prima orgoglio e poi vero e proprio narcisismo.

L’amore per sé stessi rende spesso cieche quelle persone il cui successo ha portato alla notorietà. Nessuno, però, apprezza una visione del mondo così concentrata sulle proprie capacità e il manager narcisista finisce per annebbiare la propria professionalità dietro all’amore per sé stesso. La terza tentazione, infine, riguarda il cosiddetto “lavoralcolismo”. Con questo termine si vuole indicare la possibilità che il lavoro si trasformi, al pari dell’alcol, in una dipendenza. Accade fin troppo spesso che i manager, ricevendo soddisfazioni e riconoscimenti dalla propria attività professionale, vivano il lavoro come un’attività dopante e, quando smettono, si sentano persi per la mancanza di quelle sensazioni positive che il riconoscimento lavorativo dava loro.

Questa tendenza si è sviluppata già all’inizio del grande sviluppo industriale che oggi ha del tutto abbracciato la società occidentale. Si cominciò a notare subito che in una società nella quale chiunque poteva farsi strada grazie alle proprie capacità le persone sarebbero state giudicate in base alla loro vita professionale e, spesso, anche in base al loro stipendio con la conseguenza che il lavoro era destinato a diventare il perno attorno al quale ruotava il giudizio relativo a una persona. Un manager equilibrato non può e non deve cadere in questa tentazione, perché i risultati di una professione di tipo manageriale dipendono in gran parte dalla serenità e dalla creatività di una mente che deve essere lucida quando si dedica al lavoro. Per raggiungere uno stato di creatività e di serenità è importante che ogni professionista ritagli per sé degli spazi dai quali il lavoro è completamente escluso.

Che siano attività sportive, hobby o passeggiate con gli amici, tutte quelle situazioni nelle quali il manager esce dal suo abito professionale e veste i panni della persona quale è sono positive e influiscono sulla carriera. Quando il lavoro dà assuefazione e quando si perdono di vista i propri interessi personali è bene fermarsi un attimo, fare dei respiri profondi e cercare di fare qualcosa di positivo per sé stessi e non per la propria carriera

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