Maggiordomi e manager

In Italia si usa spesso la parola inglese manager.

Pochi, però, sanno che questa parola deriva dal termine italiano maneggione che, durante il Rinascimento, era riferita a colui che si occupava dei rapporti tra le persone con il fine di concludere degli affari, colui che, in poche parole, maneggiava le informazioni a fini commerciali. Ancora oggi il manager si occupa di gestire risorse di altre persone per produrre dei profitti. Nel senso più generale è un manager anche la casalinga che, gestendo lo stipendio del marito, si occupa della casa e dei figli e amministra le risorse cercando di trarne il maggiore profitto possibile. Non è un manager, invece, chi non ha libertà di azione nella gestione delle risorse altrui. Il maggiordomo, ad esempio, segue delle regole precise, lavora all’interno di uno schema con lo scopo di soddisfare le richieste di qualcun’altro.

Quindi gestisce sì delle risorse, ma non può lavorare seguendo la sua creatività e assecondando le sue idee innovative. Nelle aziende è facile incontrare dei professionisti che non mettono in pratica questa differenza esistenziale che intercorre tra l’essere maggiordomo e l’essere manager. Queste persone seguono, senza mai porle in discussione, le linee guida che i dirigenti d’azienda indicano loro. Se nel lavoro del manager mancano la creatività, la fantasia e l’innovazione la via verso il successo sarà bloccata dentro a schemi ordinari senza possibilità di avanzamento. In ogni caso è vero che non tutti i manager diventano o vogliono diventare dei manager vincenti.

Essere vincenti, infatti, richiede uno sforzo e una volontà incredibili. Il cammino verso il successo è tutto in salita ed è costellato di ostacoli: ogni manager lo sa e solo alcuni intraprendono questa strada. Non esistono delle fermate prima del raggiungimento della cima, cioè dello scopo. Non c’è, in parole povere, un manager “quasi di successo”, né esiste un manager di successo ma che talvolta si lascia andare e perde la sua classe. Il successo, così come la notorietà che ne segue, o c’è o non c’è, non esistono compromessi. Per capire meglio la differenza tra manager di successo e manager che non raggiungono il successo è importante introdurre due termini: professionismo e protagonismo. Il professionista è colui che ha capacità eccellenti ed è competente nel suo lavoro.

Chi lo circonda riconosce la sua competenza e non esita a consultarlo e ad affidargli incarichi di prestigio. Protagonista, invece, è colui che non solo eccelle nella sua professione, ma che in ogni occasione risulta vincente, primo responsabile del successo o dell’insuccesso di un’operazione. Il protagonista è conscio del suo ruolo e ne fa la sua forza, la sua identità si fonde con il suo mestiere e la persona che ne risulta ha una vitalità, un’energia e una forza tale da permettersi il coraggio e l’innovazione che portano al successo. Il manager vincente è un leader. Gli esperti, infatti, hanno stabilito che le caratteristiche che portano un professionista al successo sono, in primo luogo, il bisogno di influenzare le altre persone e il bisogno di affermare sé stessi. Il successo, quindi, non ha a che fare con la voglia di ricchezza o la ricerca di un determinato status sociale, questi sono fattori secondari rispetto al principale bisogno di leadership che conduce il manager ambizioso verso l’affermazione del suo carattere vincente.

Non tutti i manager, quindi, sono manager di successo e questo si può spiegare grazie al fattore leadership: non tutte le persone sono destinare ad essere dei leader. La competenza professionale è una dote indispensabile e molto apprezzata in questo come in ogni campo, ma ogni manager dovrebbe riflettere sul fatto che primeggiare sugli altri vuol dire convincere gli altri che le proprie scelte sono le migliori e che il proprio operato va nella direzione giusta. Se siete in grado di fare questo, allora siete pronti per affrontare la dura strada verso il successo.

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